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                                                                         Miniera del  Siele

       

 

      

Cenni Geologici - Per meglio inquadrare il complesso minerario del Siele faremo riferimento naturalmente anche alla miniera delle Solforate, in quanto continuazione naturale della prima. L'area in esame si colloca lungo la dorsale compresa tra il rilievo vulcanico del Monte Amiata e la struttura carbonatica mesozoica costituita dal Monte Rotondo, delimitata ad ovest dalla valle del Fiora ed a est dalla valle del Paglia. Più in particolare essa rientra in un ambito caratterizzato da una morfologia tipicamente collinare con versanti dalle pendenze poco pronunciate. L'idrologia superficiale è costituita da un reticolo a bassa densità; il corso principale è il torrente Siele, affluente di destra del fiume Paglia a sua volta tributario del Tevere, che attraversa tutta l'area in direzione est-ovest. Per mettere in evidenza la vastità della zona cinabrifera della concessione mineraria del Siele è necessario riassumere i caratteri geologici dei terreni riconosciuti con i lavori del Siele. delle Solforate e della Grande Putizza. Si tratta in generale di galestri eocenici, intercalanti di banchi di calcare coltellino e che ricoprono con spessore variabile le arenarie eoceniche inferiori. Le arenarie costituiscono un banco molto esteso, sprofondato secondo due grandi linee di frattura che hanno fatto affiorare le arenarie di Pampagliano e della Roccaccia a nord-est della linea Siele-Solforate, il nummulitico del monte Penna e le arenarie del Piaccione a sud-ovest della linea stessa. E' in questa zona di sprofondamento che si trovano i giacimenti più ricchi e gli indizi più numerosi di cinabro. Nella zona della grande Putizza esistono le emanazioni gassose più numerose e potenti, il che fa supporre che da qui siano partite, provenienti dal basso, le soluzioni mineralizzanti che hanno originato i giacimenti cinabriferi del Siele e delle Solforate. Si può quindi supporre che le soluzioni, raggiunta in questa zonale arenarie, si sono sparse per queste rocce lungo le loro fratture e specialmente lungo il contatto con i galestri di tetto, raggiunta la faglia ne sono risalite e sono venute a contatto con i calcari, dilagando per essi e raggiungendo l'esterno dove questi affioravano. Quindi si distinguono due tipi di giacimento, quelli delle arenarie in profondità e quelli dei calcari e argille più superficiali. Il giacimento nelle argille è principalmente costituito da una specie di colonna dentro i galestri da cui partono varie diramazioni che seguono i banchi calcarei che talora affiorano. Questi affioramenti hanno dato luogo alle coltivazioni etrusche e medievali con le quali nell'antichità si è asportato la parte superiore del giacimento fino ad una profondità di circa 30 metri. Questa mineralizzazione scende fino a circa 100 metri, ovvero al contatto con le arenarie che risultano ben mineralizzate. Naturalmente anche la miniera più vecchia, quella del Siele, ha avuto la medesima genesi. Infatti anche questo giacimento è caratterizzato da colonne di argilla mineralizzata che si raccordano verso il basso con le arenarie alterate e mineralizzate. Qui però le arenarie non furono mai esplorate, si aveva infatti la convinzione che il giacimento si fosse esaurito e non fu data importanza a questa roccia che, d'altra parte, si presentava a tenore basso di minerale. Questo fatto, aggiunto alle accresciute difficoltà tecniche, gas e sorgenti termali, fece abbandonare la miniera.  Generalizzando quindi sulla formazione dei giacimenti delle miniere del Siele e delle Solforate si può affermare che il meccanismo sia stato il seguente: le soluzioni mineralizzanti, risalendo dal basso, hanno raggiunto in uno o più punti le arenarie coperte dai galestri e, trovato il tetto impermeabile che le arrestava, si sono sparse per quelle rocce secondo le linee di minor resistenza fisica e chimica, dando luogo a vene o ad ammassi cinabriferi di varia estensione e tenore e ad una mineralizzazione quasi continua delle arenarie al contatto dei galestri. Dove poi per effetto di fratture o faglie si sono create, attraverso i galestri, delle vie di penetrazione lungo le quali le soluzioni mineralizzanti hanno potuto raggiungere i calcari, questi sono stati a loro volta mineralizzati e lungo di essi spesso la mineralizzazione ha potuto raggiungere l'esterno.

Cenni Storici - Nella regione amiatina la miniera del Siele è stata la prima ad essere coltivata in epoca moderna. Essa comprende due sezioni: quella del Siele e quella del Carpine-Solforate. E' localizzata nel comune di Piancastagnaio ed in piccola parte nel comune di Castell'Azzara a pochi chilometri dalla strada provinciale n. 18. Lungo la strada provinciale che dalla frazione del Saragiolo porta al bivio dei Terni, appena superato il promontorio della Roccaccia, si trovano due accessi di strade secondarie, uno sulla destra conduce alla miniera delle Solforate e l'altro sulla sinistra porta dopo un chilometro all'insediamento minerario del Siele. La storia di questa miniera incomincia nel 1841 quando, si racconta, un pecoraio di Castell'Azzara, un certo Domenico Conti detto Mecone, dopo le piogge autunnali raccolse nel Botro del Confine, fra Diaccialeto e il Puntone, sulla riva destra del fosso Siele, 40 libbre toscane di pezzi di cinabro quasi puro e li vendette come materia colorante al farmacista di Pitigliano. Quest'ultimo, che faceva parte della prospera comunità ebraica di Pitigliano, colpito dalla purezza del minerale, si rivolse immediatamente a Cesare Sadun, ricco commerciante imparentato con le più importanti famiglie della comunità di Livorno. In Italia il mercurio era importato dalla Spagna e dalla Slovenia e a Livorno, all'epoca uno dei porti più importanti del Mediterraneo, i più facoltosi commercianti e banchieri erano a conoscenza del  mercato del mercurio, allora quasi tutto in mano alle grandi famiglie ebree dei Rosthschild e dei Brandeis che avevano l'esclusiva delle vendite delle miniere spagnole di Almadèn e di quelle slovene di Idria. Dopo molte contrattazioni nel 1846 Cesare Sadun convinse i cognati Angelo e Salomone Modigliani ad acquistare insieme i diritti di escavazione in alcuni terreni localizzati nella comunità di Abbadia San Salvatore, di Piancastagnaio e nella contea di Santa Fiora. In seguito, il 5 dicembre dello stesso anno, costituirono a Livorno, con un capitale di ottantamila lire toscane suddivise in otto azioni, la società denominata 'Società Industriale Stabilimento Mineralogico Modigliani'.  I lavori incominciarono l'anno successivo sotto la direzione dell'amministratore Felice Buonaventura e del tecnico inglese Mecker il quale, nel corso dello stesso anno, fu costretto a lasciare la miniera, a causa dei continui attriti col Buonaventura.  A causa di ciò Mecker venne sostituito dall'ingegnere Alfredo Caillaux. Nel 1848, l'ingegnere francese, con un finanziamento di circa 30.000 lire, iniziò la costruzione del primo impianto per la fusione del mercurio. Con una quarantina di lavoratori tra minatori e manovali iniziarono i lavori e nel 1849 veniva prodotto il primo mercurio in un forno a storte da un minerale scavato sulla sinistra del fosso Siele, in località Diaccialetto.  Nel 1850 si arrivò a produrre 100-120 bombole di mercurio ma, a causa della scarsità di minerale, non si riuscì a migliorare la produzione. Gli scarsi risultati economici e il calo vertiginoso del mercato misero l'ing. Caillaux in contrasto con il Buonaventura tanto che nel 1854 tornò in Francia dove morì prematuramente nel 1858.  La partenza dell'ingegnere francese provocò una battuta di arresto nei lavori, la produzione divenne tanto scarsa da non coprire neanche le spese. Nel 1860 i Modigliani, assieme ad altri soci, si ritirarono dalla società. Venne assunto un nuovo direttore, l'ing. Gaetano Burci, che riprese i lavori più a valle dove si incontrarono piccole vene di cinabro nei calcari. Dopo questi nuovi ritrovamenti Sadun, le cui finanze si erano nel frattempo notevolmente ridotte, chiese al banchiere di Livorno Emanuele Rosselli un prestito, per continuare i lavori. Ma le cose non andarono bene: nel 1861 Sadun dovette cedere la metà della società al Rosselli, e quindi la società cambiò statuto e denominazione diventando Stabilimento Sadun-Rosselli.  L'ing. Burci morì nel 1862 e le cose precipitarono; Rosselli non volle investire altro denaro e Sadun fu costretto a dichiarare fallimento.  Per recuperare qualche soldo la miniera venne messa all'asta; e dopo due aste deserte, fu aggiudicata a Felice Buonaventura per sole 21.000 lire che la rivendette subito dopo ad Emanuele Rosselli per 40.000 lire.

Cesare Sadun perse la miniera, i nuovi proprietari soltanto dopo cinque anni ripresero i lavori. Venne assunto come direttore tecnico l'ingegnere minerario Pètiton, anche lui francese, il quale ebbe la fortuna di imbattersi in un nuovo giacimento molto ricco di minerale (38% di tenore di mercurio) che nel 1870 permise di portare la produzione a 1336 bombole.  Nel 1890, dopo un periodo di alta produzione, la miniera del Siele si esaurì, ma i Rosselli riuscirono a proseguire la produzione in quanto ne aprirono un'altra in località Solforate, di fronte alla miniera degli Schwarzenberg sulla destra del torrente Scabbia, dove si costruirono due pozzi di circa 50 mt. collegati tra di loro con una galleria lunga circa 180 metri.  L'ing. Pètiton, nel frattempo, aveva lasciato la direzione generale all'ing. Beniamino Nathan, figlio di Sara cognato di Rosselli.  Nathan, che diventerà poi sindaco di Roma, rimase poco al Siele; infatti l'anno successivo arrivò Vincenzo Spirek, famoso ingegnere boemo laureato alla scuola mineraria di Pribran. Oltre a migliorare l'impianto metallurgico, il nuovo direttore impostò le ricerche con altri criteri attaccando la galleria Modigliani sulla destra del fosso Solforate e puntando direttamente verso le ' Anticaie '.  Nel 1898 la galleria centrò in pieno la zona dei Fossoni, dove il minerale era di un tenore medio di mercurio del 6%. Alla morte dell'ing. Spirek, nel 1907, successe l'ing. Magnani che, preso a mano i lavori, fece realizzare la nuova casa padronale e, presso il torrente Cadone sotto Santa Fiora, la centrale idroelettrica del Caro, necessaria per sostituire i motori a vapore con quelli elettrici. A partire dal 1914 i lavori minerari più importanti vennero eseguiti nella miniera delle Solforate dove si incominciò la perforazione della galleria Emilia. Questa galleria di carreggio, che venne ultimata nel 1917, aveva un percorso di 2150 metri dall'imbocco nel piazzale del Siele ed era utilizzata, oltre che per portare il minerale dalla miniera delle Solforate allo stabilimento metallurgico del Siele, anche per trasportare il legname per le miniere e per i forni. La galleria Emilia, situata ad una quota di 693 metri slm., costituiva il così detto livello I al di sotto del quale, nel 1925 si avevano altri sei livelli, denominati rispettivamente II, III, IV, V, VI, e VII.  La differenza di quota tra un livello e l'altro è di circa 13 metri. In quel periodo le coltivazioni venivano effettuate dal basso all'alto con il metodo ' dei gradini rovesci con rimpimenti '. Trattandosi di terreni abbastanza franosi le ripiene dovevano essere eseguite con molta cura. Gli abbattimenti nelle argille venivano normalmente effettuati a mano con il piccone, nelle vene di calcare si potevano invece utilizzare gli esplosivi. In corrispondenza di ogni livello esistevano delle gallerie secondarie di carreggio; per il sollevamento del materiale da un livello ad un altro e fino alla galleria Emilia si utilizzavano dei pozzi, alcuni dei quali sboccavano a giorno, ed un piano inclinato servito da argani elettrici. Tutti i pozzi erano provvisti di scale di servizio ed armati in legno, ad eccezione del pozzo Sabatino che era in parte rivestito di conci in pietra e munito di ascensore e gabbie. L'eduzione delle acque era assicurata da alcune elettropompe e dalla galleria di scolo Emma. Oltre che dalla miniera delle Solforate il minerale proveniva anche dalla miniera del Carpine in cui pozzo principale era il pozzo Leone che era fornito da diverse uscite "a giorno": la galleria Debora che veniva utilizzata per lo smaltimento dello sterile e la galleria Burci che serviva essenzialmente per l'eduzione delle acque. Anche il minerale estratto dal Carpine veniva trasportato, dopo un percorso di circa 200 metri, con una ferrovia decauville posta alla bocca del pozzo direttamente sul piano degli asciugatoi dello stabilimento del Siele.

Nel 1933 a seguito della crisi mondiale di mercurio la miniera fu posta in manutenzione; la produzione fu ripresa soltanto nel 1936 e l'anno successivo si iniziarono nuovi lavori edilizi.    Nel 1939 gli eredi Rosselli cedettero, per 30 milioni di lire, la miniera e lo stabilimento metallurgico ad un gruppo finanziario che faceva capo al conte Armènise della Banca Nazionale dell'Agricoltura. n la nuova gestione si ebbe un immediato impulso ai lavori di ricerca e all'opera di ammodernamento sia della miniera che dell'impianto metallurgico. Venne messo alla direzione Carlo Spirek, in sostituzione all'ormai anziano Ing. Magnani, il quale diede avvio ad un programma di nuove costruzioni che avrebbero sostituito in parte i vecchi edifici ottocenteschi.    Nel 1944, sia in sotterraneo che nello stabilimento, si continuò a lavorare sino all'otto di giugno quando la linea del fronte raggiunse la miniera e passò oltre senza provocare danni di rilievo, salvo la distruzione della piccola centrale elettrica del Caro. Vennero subito iniziati i lavori di manutenzione utilizzando un gruppo elettrogeno di riserva. I lavori in sotterraneo ripresero nell'aprile dell'anno successivo quando si rese disponibile energia elettrica sufficiente per almeno un turno di lavoro; successivamente, nel mese di maggio, vennero riaccesi alcuni forni dello stabilimento.  Alla fine del 1946 i lavori in miniera avevano ormai ripreso il ritmo normale dopo la contrazione subita negli ultimi due anni a causa del passaggio della guerra.  agli inizi degli anni "60 si diede avvio a nuove realizzazioni e ammodernamenti degli impianti; si incominciò lo scavo di una nuova galleria di carreggio al I° livello, parallela alla galleria Emilia che con un percorso di oltre 2000 metri collegava le varie sezioni della miniera con l'impianto metallurgico. Nel 1968 le miniere di Carpine, Solforate-Siele e Abetina costituivano ormai una sola unità lavorativa; tra i sotterranei vennero scavate nuove gallerie di comunicazione a vari livelli, attraverso le quali i carreggi dell'Abetina, i cui pozzi di estrazione ed i relativi impianti esterni furono messi fuori servizio, confluirono nei pozzi 2 e 3 delle Solforate.

Nel biennio 1971/72 la miniera lavorò a ritmo molto ridotto; il 19 novembre 1973 il consiglio di amministrazione decise la messa in manutenzione dello stabilimento e la cassa integrazione straordinaria di 350 dipendenti, per questo, lo stabilimento venne occupato dai minatori e la produzione continuò sotto la direzione del consiglio di fabbrica.  Nel 1974 la nuova concessione, denominata "Monte Civitella", creata dalle vecchie concessioni delle miniere di proprietà della Società Stabilimento minerario del Siele, passò prima alla Solmine del gruppo EGAM, con decreto ministeriale del 14 gennaio, ed in seguito il 21 novembre alla società Mercurifera Monte Amiata (SMMA), e la miniera fu chiusa definitivamente.


                                                                                 Minerali Rinvenuti 


CINABRO - E' presente nelle venature di calcite biancastre decorrenti nell'arenaria pietraforte e nei calcari, sotto forma di microcristalli isolati, croste microcristalline e patine di colore rosso vivo. Spesso è associato a pirite e marcasite. In passato, specialmente nella sezione Carpine, erano frequenti stupendi raggruppamenti a 'fragole' su matrice calcarea.  
METACINNABARITE - Piccole masserelle di colore grigio-nerastro e lucentezza metallica, su calcite.  
MARCASITE - Si presenta sia sotto forma di piccoli cristalli prismatici non molto allungati con sezione pressochè triangolare, sia sotto forma di cristalli tabulari con terminazione 'acuminata', talvolta aggregati a cresta di gallo.  
MILLERITE - da questa miniera provenivano bellissimi campioni costituiti da sottili cristalli aciculari di colore giallo-ottone e lucentezza metallica (lunghi fino a 20 mm.), spesso parzialmente o totalmente ricoperti da microcristalli di cinabro, su matrice calcitica microcristallina bianca.  
PIRITE - Piccolissimi cristalli cubici di colore giallo e viva lucentezza metallica fittamente addossati gli uni agli altri, sulla pietraforte, specialmente in prossimità di venette di calcite spatica.  
QUARZO - Piccoli cristalli prismatici incolori, associati a dolomite e cinabro.  
CALCITE - I cristalli possono presentare sia abito lenticolare, che romboedrico classico ed essere perfettamente incolori, biancastri o, molto più raramente, bianco verdastri, con dimensioni generalmente non superiori a 10 mm.  
DAWSONITE - Si rinviene comunemente in spalmature terrose o, più raramente, in piccoli aggregati sferoidali con struttura fibroso-raggiata, colorazione bianco candida e tipica lucentezza sericea; il loro diametro in genere non supera i 2 mm. è presente sulla pietraforte, specialmente in prossimità delle venature calcitiche.  
DOLOMITE - Cristalli romboedrici biancastri con lucentezza madreperlacea e dimensioni di 2-3 mm., associati a calcite su pietraforte. Frequentemente si rinviene anche la varietà ferrifera, sotto forma di piccoli individui romboedrici di colore giallo-brunastro, spesso associati a calcite.  
MONTROYDITE - E' segnalato il ritrovamento in " cristallini aciculari di colore bruno-arancio, riuniti qualche volta in aggregati vermiformi ".  
Sono stati inoltre segnalati: Mercurio nativo - Realgar - antimonite.

                                                                                                                                                      


 © 2005 -Tiberio Bardi -Tutti i diritti riservati  - Ultimo aggiornamento  30/11/2005