Miniera del Morone (Selvena)


Cenni Geologici- La miniera,
situata a valle del centro abitato di Selvena da cui dista circa 1 km., ad una
quota di metri 500 s.l.m., risulta impostata a monte della confluenza del Fosso
Morone con il Fosso Canala. La sua mineralizzazione più importante interessa i
calcari nummulitici i quali si protendono con una propaggine o cordone, che dal
Monte Penna si estende verso s-w tra il fosso Carminata ed il fosso Canala. A
copertura di questi calcari si trova uno strato di pochi metri di galestro. Il
calcare risulta discontinuo per rotture o scivolamenti e lo troviamo in
affioramento a Selvena ed alla Roccaccia. Il sistema di faglie o rotture risulta
come sempre veicolo originario del processo di mineralizzazione. Dove si
rinvengono maggiore concentrazioni cinabrifere abbondano i cristalli di gesso
nei quali il cinabro è contenuto in modo diffuso, assumendo un colore roseo più
o meno intenso. La gran parte del minerale però si trova nelle argille
intercalate da frammenti di calcare alterato più o meno impregnati di cinabro.
Cenni Storici- L'area
mineraria, dominata dai ruderi di Rocca Silvana, era un sito sfruttato già al
tempo degli etruschi e durante il medioevo. Questo rapporto con il medioevo è la
caratteristica dell'area di Selvena dove, come risulta da documenti antichi e
reperti rinvenuti, si sono svolte le più antiche attività minerarie sull'Amiata
ad opera degli Aldobrandeschi e degli Sforza di Santa Fiora. La miniera del
Morone o di Selvena è una delle poche miniere dell'Amiata in cui si hanno
notizie di passate coltivazioni. Infatti è documentato che, nei secoli XVII e
XVIII, gli Sforza di Santa Fiora svolsero alcune attività produttive come per
esempio lo sfruttamento dell'antimonio, l'estrazione del cinabro per la
produzione del mercurio e la produzione del vetriolo. Nel 1738 aprirono alcune
miniere a Poggio Paulorio, sopra il borgo di Selvena, e iniziarono alcuni lavori
per la coltivazione a cielo aperto del cinabro a poche centinaia di metri dalla
villa Sforzesca. Nel 1743 le cave di mercurio furono affittate, per 400 scudi
annui, al chimico Stefano Mattioli di Camerino, che riuscì a ricavare anche 3000
libbre di mercurio all'anno, e al conte Liberati di Parma. L'attività mineraria
non procurò agli affittuari grandi profitti, a causa dei canoni alquanto alti
che il Duca richiedeva per lo sfruttamento del sottosuolo, tanto che, a poco a
poco venne abbandonata. Bisognerà aspettare il 1850 per la ripresa dell'attività
mineraria a Selvena, quando la Società Industriale Stabilimento Mineralogico
Modigliani proprietaria della miniera del Siele, sotto la direzione
dell'ingegnere francese Alfredo Caillaux, eseguì alcuni lavori di esplorazione,
in un'area dove trovò, in mezzo ai calcari giurassici, sotto forma di un filone
di terra nera e bituminosa, una discreta abbondanza di cinabro. Nonostante
questi incoraggianti ritrovamenti i lavori non andarono avanti e qualche anno
dopo, nel 1871, Don Bosio Sforza, conte di Santa Fiora, cedette per 99 anni a
Filippo Schwarzenberg e ai suoi eredi il diritto esclusivo di escavazione nelle
località di Cellena, Selvena, Cortevecchia e Banditella, tutte nella contea di
Santa Fiora. Il nuovo concessionario, sotto la guida di Teodoro Haupt, ingegnere
tedesco che aveva operato come consulente minerario del governo Granducale fin
dal 1840, iniziò nel 1874, proprio nell'area dove insiste lo stabilimento del
Morone, le prime ricerche di mercurio. Durante i lavori si ritrovarono poche
tracce di cinabro e quindi le ricerche furono abbandonate nel 1882. Dopo la
morte di Filippo Schwarzenberg, avvenuta nel 1885, le ricerche furono riprese
dai suoi eredi nel 1889 sotto la direzione dell'ing. Jasinsky, per essere di
nuovo sospese nel 1891, e poi ancora riprese sino a quando nel 1907 si riuscì a
raggiungere la parte ancora non coltivata. Nel 1909 procedendo bene le
coltivazioni, grazie all'introduzione di un impianto idroelettrico ( che
permetteva la ventilazione delle gallerie ) e alla costruzione di un forno
Spirek, venne prodotto il primo mercurio; l'impianto fu poi ampliato nel 1912.
Nel 1917 la miniera fu
acquistata dalla Società Monte Amiata, già proprietaria della miniera di
Abbadia San Salvatore, assieme alle altre miniere appartenenti agli eredi
Schwarzenberg (Solforate, Cornacchino, Dainelli, Carminata e Querciolaia). Nel
1925 nella miniera esistevano tre gallerie di carreggio, di cui la prima alla
quota 482 metri slm. (livello III) e le altre due rispettivamente alle quote 452
e 437 metri slm., l'energia elettrica necessaria alla miniera era fornita dalla
centrale di Santa Fiora appartenente alla ditta Sclavi Ricciarelli e Monaci. Al
Morone si lavorò a pieno ritmo sino al 1932 dopo di che, per la crisi
internazionale, la miniera conobbe un lungo periodo di stasi. La produzione fu
fermata, vennero fatti soltanto lavori di manutenzione con conseguente degrado
delle gallerie e dei pozzi e vennero smantellati quasi tutti i forni. Nel 1939 e
nel 1940 ripresero i lavori di ricerca: venne scavata una galleria di ribasso e
si riaprì la galleria Elena Dainelli, ma la produzione non ripartì e quindi lo
stabilimento continuò a rimanere inattivo.
Dopo la guerra, nel 1946
sotto la pressione degli abitanti della zona, la Società Monte Amiata ne decise
la riapertura. I lavori in sotterraneo ripresero, si riattivarono cinque livelli
e si portarono avanti le ricerche nella zona sud-ovest; contemporaneamente a
partire dal 1951 si riattivarono i due vecchi forni Cermak-Spirek della capacità
di 12 tonnellate ciascuno e si costruirono due forni a torre Spirek per
riprendere a produrre mercurio. A partire dal 1955 la Monte Amiata iniziò
un'opera di ammodernamento degli impianti; nel 1961 entrò in funzione un forno a
suole multiple tipo Pacific da tre tonnellate/giorno; nel 1964 un altro forno a
suole Pacific, questa volta da 50 tonnelate. Quest'ultimo forno permise, per un
certo periodo, di trattare oltre al minerale escavato il loco anche quello
proveniente sia dalla miniera di Cellena-Cortevecchia che da quella delle
Solforate Schwarzenberg. Nel 1970, nonostante il mercato del mercurio stesse
attraversando un periodo di profonda crisi per il forte aumento della produzione
e della persistente riduzione della domanda a causa della scoperta di fattori
inquinanti, in miniera si continuò una sostenuta attività di ricerca e si
sperimentarono nuovi metodi di coltivazione, così come avveniva nella miniera di
Abbadia. A partire dal 1973, dopo aver potenziato l'impianto metallurgico di
Abbadia San Salvatore la società decise, per motivi economici, di trattare il
minerale estratto nella miniera in quello stabilimento e di spengere
definitivamente i forni del Morone. Nel 1974, insieme alle altre miniere della
Monte Amiata, la miniera del Morone passò alla Società Mercurifera Monte
Amiata e, una volta trasferita all' ENI, venne chiusa definitivamente nel
1981.

| ANTIMONITE - E' presente sia nelle
vene di calcite spatica, che immersa nel gesso, spesso sotto forma di
bellissimi cristalli con abito prismatico-allungato, ben terminati e
ricchi di forme, con tipico colore grigio metallico. Le dimensioni degli
individui possono raggiungere ( e talvolta superare) 20-30 mm. |
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| CINABRO - Si presenta sia sotto
forma di patine terrose, sia di masserelle o spalmature
microcristalline. Il colore varia dal classico rosso-scarlatto al
rosso-scuro. Può essere associato a calcite bianca, su calcari e
dolomie, oppure incluso nel gesso. |
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| MARCASITE - Cristalli prismatici
non molto allungati di colore giallo e lucentezza metallica, che spesso
presentano iridescenze verdastre, associati a pirite cubica e calcite
microcristallina, su dolomia. |
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| METACINNABARITE - Patine e
microcristalli di colore nero con lucentezza metallica, associati a
spalmature rosse di cinabro ed a calcite scalenoedrica bianca, su
calcare grigio. E' in genere pseudomorfa di cinabro; infatti diversi
microcristalli, una volta spaccati, rivelano una colorazione rosso-viva
tipica di quest'ultima specie. |
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| ORPIMENTO - Sotto forma di esili
croste terrose di colore giallo è presente all'interno del gesso, in
associazione con cinabro. |
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| PIRITE - Cristalli cubici di
colore giallo caratteristico e lucentezza metallica; le dimensioni degli
individui in genere variano da 1 a 5 mm. E' presente principalmente
nelle venette di calcite bianca decorrenti nei calcari e nelle dolomie. |
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| QUARZO - Sono stati rinvenuti
cristalli sciolti con abito prismatico allungato, biterminati. Questi
individui, incolori e limpidi, hanno una lunghezza di circa 10 mm. |
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| STIBICONITE - Accompagna talvolta
l'antimonite sotto forma di spalmature terrose giallastre. |
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| CALCITE - Oltre che in venature
spatiche, i presenta anche in cristalli scalenoedrici, spesso idiomorfi,
di colore bianco e dimensioni comprese tra 5 e 20 mm. |
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| DAWSONITE - Si reperisce
comunemente sotto forma di esili spalmature di colore bianco candido e
lucentezza sericea, su calcare grigio. Decisamente più rari gli
aggregati microcristallini raggiati. |
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| DOLOMITE - Nella varietà
ferrifera, sotto forma di croste e venette microcristalline di colore
giallo-bruno e lucentezza madreperlacea, associata a calcite spatica
bianca su calcare grigiastro. |
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| GESSO - E' molto comune sotto
forma di masse e formazioni laminari, raramente incolori, quasi sempre
di colore bianco-grigio o nerastro. Più rari e generalmente molto
piccoli i cristalli. |
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| Sono stati inoltre segnalati: Mercurio nativo - Solfo
- Realgar - Alunite - Melanterite. |

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