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                                                                       Le miniere del Castello di Pietra

       

 

       

Il Castello di Pietra è conosciuto come il luogo dove si concluse tragicamente, verso la fine del duecento, la vita della sventurata Pia di memoria Dantesca.  Ma il Castello di Pietra era stato nel passato più remoto, (e certmente lo era anche al tempo di Dante) oggetto anche di intensa attività mineraria come le vicine zone del massetano. Questo non deve destare meraviglia, infatti , i proprietari del castello, fino al XIV secolo furono i Pannocchieschi, feudatari mediovali proprietari della maggior parte delle miniere esistenti nella zona a nord della Maremma, nota a quei tempi come "Marittima".                                                                           I dintorni di Massa sono costituiti dal punto di vista geologico in parte da grossi filoni-strati di quarzo che contengono (ora quasi esauriti) minerali del rame. Le principali masse quarzose conosciute nell'Ottocento, durante la ripresa dell'attività mineraria, ricche di minerali erano tre: la miniera di Boccheggiano, quella di Serrabottini e quella della Fenice-Capanne Vecchie. Altre due masse, analoghe alle precedenti ed identificate come metallifere, erano quella dei Noni e quella del Castello di Pietra. Gli affioramenti di quest' ultimo giacimento quarzoso sono analoghi a quelli del filone della Fenice Massetana, da cui dista circa cinque chilometri, sia per la natura della roccia che per la giacitura. Il filone di Pietra, notevolmente rilevato sulle rocce rocce sedimentarie n cui si incassa, ha una lunghezza di circa 1700 metri ed uno spessore molto variabile che, nel punto più elevato, raggiunge alcune decine di metri, pertanto intorno agli anni mille, vi poterono edificare sopra il famoso Castello. Qui furono rintracciati, nell' ottocento, minerali costituiti da solfuri misti di ferro, rame, piombo e zinco.

Il quarzo di Pietra è generalmente granulare e cosparso di piriti, fortemente arrossato per l'ossidazione delle stesse, come si notava nel luogo del Castello anticamente denominato ' Porta al Ferro ' dove sembra che in passato vi fosse stata l'escavazione del ferro; così pure nel luogo anticamente conosciuto come il  ' Campo di Bistino ' pieno di pirite limonitizzata.  Talvolta il quarzo è grigio, compatto e molto somigliante ad alcuni quarzi auriferi dell' alta Italia.

I primi studi e pubblicazioni a riguardo furono effettuati dal massetano Bernardino Lotti, noto scienziato ed illustre studioso della geologia della Toscana il quale scrisse, negli anni della sua attività professionale fra il 1872 e il 1918, pregevoli memorie sulla zona metallifera dei dintorni di Massa Marittima.  Queste sue ricerche sui metalli lo portarono anche a studiare il giacimento di Pietra.      In una sua relazione scritta nel 1873, in cui esaminava i giacimenti e l'attività mineraria di quegli anni nel comune di Gavorrano, si legge che il monte dove sorge il Castello di Pietra è attraversato da una potente massa granitica che resistita agli agenti atmosferici restò quasi isolata, drizzandosi come uno scoglio a picco della sottostante piana della Bruna e che tale massa fu scavata ed, in passato, usata per fabbricare le macine da mulino.  In alcuni punti però era metallifera ed in antichità diede luogo ad escavazioni minerarie.  Il Lotti notò le tracce (piccole gallerie) di tali escavazioni in un luogo non molto lontano, a nord-ovest dal Castello di Pietra, che per questo fatto era chiamato il Tesoretto o Miniera del Tesoretto.   In uno studio del 1858 del francese Simonin, sulle miniere oggetto di antiche escavazioni nel triangolo minerario compreso fra Gavorrano, Massa e Campiglia, pubblicato a Parigi negli " Annales des mines " venne riportata una cartina, nella quale erano indicate due miniere del Castello di Pietra, una di rame e una di piombo.

Questo giacimento richiamò, verso la fine del XIX secolo, l'attenzione dell' ingegnere Paolo Marengo, direttore dell' allora Società Montecatini.  Detta società, in quegli anni non navigava in buone acque, infatti le due miniere di calcopirite che possedeva, quella di Montecatini Val di Cecina e quella di Boccheggiano, erano considerate quasi esaurite. Per salvare la società occorrevano nuovi lavori di ricerca, oppure nuove miniere. Pertanto la società, allora denominata  " Soc. Anonima delle miniere di Montecatini-Boccheggiano ", iniziò nel 1899 ad interessarsi del giacimento del Castello di Pietra dove appunto vi era sicura presenza di calcopirite.  Così l' ingegnere Marengo iniziò le ricerche lungo il versante destro della Bruna, in Pietra ed all' Accesa, nella parte ricadente il comune di Gavorrano, in quanto la parte nel comune di Massa era già in concessione ad altre società minerarie. Nel 1899, quando la Montecatini arrivò in Pietra, iniziò le ricerche minerarie partendo dal filone di minerale sottostante il celebre Castello. I lavori eseguiti fino a quel momento dimostravano trattarsi di un vero filone di spaccatura, con potenza di 5-6 metri, inclinato verso est, ove il quarzo era accompagnato da frequente mineralizzazione.  Nei filoni analoghi di Boccheggiano e delle Capanne Vecchie si avevano piriti e calcopiriti, invece nel filone del Castello di Pietra vi era la presenza di solfuri misti: galena, blenda, calcopirite e pirite; nel Medio Evo in questi particolari giacimenti contenenti la galena, si era sviluppata, nei dintorni di Massa, un' intensa attività di estrazione dell'argento che ebbe termine presumibilmente con la peste del 1348.  Nella ricerca mineraria di Pietra furono eseguiti nella zona sottostante il castello, lavori minerari lungo il banco per oltre 100 metri.  Furono attaccati gli affioramenti in più punti e vennero rinvenuti dei bei campioni sparsi di minerale, ma non una vera concentrazione.  Fu deciso allora di approntare un pozzo, onde indagare il filone a livelli più bassi e più lontani dal castello. La zona scelta fu a sud-ovest del castello e precisamente fra il Poggio al Tesoro e il Poggio all' Istrice dove compare un altro filone quarzoso, il quale benchè più piccolo degli altri doveva essere il più importante.  Esso affiora per un breve tratto sul lato nord della stradicciola che passa tra il Poggio all' Istrice ed il Poggio al Tesoro e presenta uno spessore di circa tre metri. Sul prolungamento di questo filone, nel Poggio al Tesore, vi erano appunto i pozzi antichi (la miniera del Tesoretto, come ci ha lasciato testimonianza il Lotti) e nelle discariche frequenti tracce di minerali. L' ingegnere Marengo iniziò la ricerca in questo punto; nelle vicinanze di questi antichi pozzi fu scavata una galleria, con cui furono incontrati trasversalmente un fascio di tre filoncelli quarzosi diretti parallelamente al filone di Castel di Pietra, filoni aventi calcopirite ricca senza pirite, con blenda e galena. Fu scavato un pozzo di 25 metri con lo scopo di indagare l' andamento del giacimento in profondità, dove si supponeva vi fossero state effettuate le lavorazioni antiche. Per questi lavori, nel 1900, risultavano impiegate nella miniera 41 persone. Nel 1901, dopo aver raggiunto con il pozzo la profondità di 50 metri e realizzata una galleria che dal pozzo era diretta verso il filone, i lavori vennero sospesi a causa di forti venute di acqua.  Negli anni seguenti i lavori subirono un drastico rallentamento, e il personale ridotto a sole 4 persone addette alla manutenzione della miniera.

In quegli anni l'interesse della Montecatini venne rivolto verso miniere che potessero assicurarle il rame poichè stava chiudendo la sua vecchia storica miniera di Val di Cecina, ormai esaurita.   Così la Montecatini lasciò da parte le ricerche di Pietra non ancora produttive, rimandò ulteriori ricerche e l'attenzione fu rivolta verso le vicine e più importanti miniere di rame del massetano.  Così nel 1903 incorporò due delle tre miniere attive nella zona compresa fra Massa Marittima ed il lago dell' Accesa: quella di Fenice Massetana e quella di Capanne Vecchie, rilevandole rispettivamente dalla Soc. La Fenice Massetana e dalla Soc. Le Capanne Vecchie-Poggio Bindo. La terza miniera di rame in attività, quella del Poggio al Guardione, continuò ad operare sotto la guida della Soc. Anonime Belge, facente parte del famoso gruppo minerario belga La Vielle Montagnè. Con quest'ultima società, la Montecatini, stipulò un grosso contratto per acquistare le calcopiriti 'povere' estratte dalla miniera del Poggio al Guardione.

Una volta concluse queste operazioni, ripresero lentamente anche i lavori alla miniera di Pietra; l'organico fu riportato a 18 unità, di cui 10 all' interno e 8 all'esterno, furono istallati una pompa a vapore per pompare l'acqua fuori dalle gallerie ed un argano di estrazione. Fu ripresa l' escavazione della traversa banco, che però non raggiunse mai il banco del minerale.  Dal 1906 non si ebbero più notizie di questa miniera, che secondo le leggi minerarie fu sempre considerata solo una ricerca, non passando mai al ruolo di vera e propria miniera non essendovi stata rinvenuta una quantità di minerale economicamente sfruttabile. Oggi si può affermare che non fu un fatto negativo se al Castello di Pietra non fu rinvenuto un quantitativo di minerale sufficiente ad impiantarvi un' attività mineraria simile a quella delle Capanne, con i problemi ambientali che tale attività avrebbe comportato.     Per comprendere meglio che cosa realmente succedeva in quegli anni nelle vicine miniere di rame, è opportuno riportare quanto scrisse il Distretto Minerario di Firenze in una relazione mineraria del 1904:  "......a seguito dell' accordo che verso la fine del 1904 la Soc. Anonime Belge fece con la Soc. Montecatini per la vendita di un forte quantitativo di minerale (calcopirite) povero destinato all' arrostimento all' aperto e quindi alla produzione di rame di cementazione. Quest' operazione di arrostimento non si sarebbe potuta eseguire sui piazzali della miniera di Poggio al Guardione attorniati da campagne fertili che avrebbero subito gravi danni dall' azione dell' acido solforoso; verrà perciò fatta senza alcun danno nell' attigua valle, dove le miniere Fenice e Capanne Vecchie ora di proprietà della Soc. Montecatini sogliono da molti anni arrostire grandi quantità di minerali di egual natura.....".

Quanto scritto nella sopraccitata relazione è sufficiente per capire i problemi ambientali che creava l'arrostimento della calcopirite, anche se al tempo non vi erano i termini  ' inquinamento ' o  ' disastro ambientale '. Le ricerche effettuate dalla Montecatini misero in evidenza l ' importanza mineraria della località ed oggi ci consentono di conoscere con più precisione la geologia della zona, anche se la sospensione dei lavori dopo il 1906, non permise di approfondire ulteriormente le ricerche.  Qualche altro saggio superficiale, eseguito dal proprietario signor Malfatti, poco più ad ovest del podere Moscatello, mise in luce l'esistenza di un'altra vena di minerali di rame. Una breve ripresa dell' attività mineraria in tali luoghi si ebbe anche successivamente nel periodo autarchico, a cavallo delle due guerre mondiali, ad opera della società Marchi.   Il Castello di Pietra, anche se ormai dimenticato come luogo minerario, sarà comunque sempre ricordato come il castello dove si consumò il dramma medioevale della Pia de Tolomei descritto dal Dante nel canto V° del Purgatorio. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che in Toscana l' attività mineraria si sposa spesso con la storia.


                                                                                                   


 © 2005 -Tiberio Bardi -Tutti i diritti riservati  - Ultimo aggiornamento  30/11/2005